27

 

 

La stanchezza era tale che, nonostante l'emozione, una volta tornato a casa riuscii a dormire fino all'ora di pranzo. Scesi in cucina. Trovai ancora le tracce del pranzo di babbo. Da quando era morta mamma, quel poveruomo mangiava tutti i giorni cose fredde. Solo di tanto in tanto si arrischiava ai fornelli per cuocersi qualche uovo o un po' di pastasciutta.

Rimisi in ordine alla bell'e meglio e lavai il piatto e il pentolino usati da babbo. Poi mi tagliai un po' di formaggio e di pancetta e riaccesi il fuoco. Rimasi a lungo indeciso se andare subito a Nuoro da Werner per avvertirlo di tenersi pronto per le sei.

Ripensando al nostro colloquio della mattina prima, c'era qualcosa nei suoi modi che mi lasciavano perplesso. E lo stupore di Lavini, quando gli avevo fatto il nome di Werner, era tale da aumentare la mia perplessità. Pensai di telefonare a Giordana Ferri perché si informasse a Milano su questo personaggio. Ma certo il telefono era sotto controllo e questa mia curiosità avrebbe insospettito non poco l'intercettatore.

Molto meglio far finta di nulla. Del resto, Vissenti e i suoi non correvano rischi. Avevano previsto tutto e quanto a me, ero in una botte di ferro: addirittura facevo l'emissario della SRS.

Alle tre e mezza partii per Nuoro. Trovai subito una cinquecento bianca a noleggio. Misi le targhe false sotto il sedile e mi chiusi in un bar fino alle cinque a leggere. Trovai Werner nell'atrio dell'albergo. Gli comunicai che dovevamo partire immediatamente.

Protestò, quando vide che stavamo per salire sulla cinquecento: "Non potremmo prendere la mia automobile?"

"No. Dobbiamo proprio usare questa."

"Capisco" fece lui e si rassegnò a piegarsi dentro la piccola Fiat.

Gli raccontai il raccontabile di quanto avevo visto e sentito la notte prima. Gli chiesi anche se conoscesse personalmente Lavini.

"Personalmente no. Sono stato assunto mentre lui era già prigioniero."

"Accidenti, e già le affidano un incarico del genere?" dissi con aria stupita.

"In qualche modo ho sempre fatto l'intermediario. Il mio lavoro consiste nel trattare la vendita di brevetti industriali a paesi terzi e l'acquisto di materie prime. Evidentemente mi si riconoscono doti di mediatore."

"Ma qui c'è in gioco qualcosa di diverso, dottor Werner. E soprattutto il gioco avviene su un terreno che lei non conosce."

"E' sempre stato così. Non vorrei apparirle cinico, ma anche in questo caso il mio compito è quello di concludere un buon affare per la società che mi paga, non tanto di salvare la vita a Lavini. Se questo sarà possibile, tanto meglio, naturalmente. Ma l'importante è, le ripeto, concludere un buon affare per la ditta che mi paga."

"Per cui..."

"Per cui, paradossalmente, secondo il prezzo che bisogna pagare... anche prezzo politico, badi... secondo il prezzo, a chi mi paga può convenire più la morte di Lavini che il suo riscatto. E sarò io, solo io a deciderlo. La cosa, mi creda, non mi diverte affatto."

"Io non ho ancora capito quale sarà il mio ruolo in tutto questo."

"E' stato un desiderio di Lavini e, del resto, la sua presenza può facilitare il nostro progetto. Le ho già detto che secondo me, il povero Lavini la ritiene capace di smuovere l'intransigenza dei banditi."

"O quella della sua società, probabilmente." "Può essere."

"E, secondo lei, quale dovrebbe essere il mio compito?"

"Se dovessi decidere io per lei, direi che dovrebbe essere il ruolo, il suo, dell'osservatore e del testimone possibilmente muto. Ma deciderà lei quale atteggiamento avere."

"Su questo, non abbia dubbi, dottor Werner."

"Certo. Immagino che lei desideri salvare a ogni costo quel poveretto e, d'altra parte è anche logico, conoscendo il suo pensiero sulla SRS, che non gliene importi proprio nulla degli interessi di immagine e politici della società. Per cui, in definitiva, faccia pure quello che le sembrerà meglio."

Poco prima di arrivare a Ottana deviai in una stradina di campagna e ne percorsi un bel tratto prima di trovare un riparo tra le rocce. Dissi a Werner di salire a vedetta su un masso. In pochi minuti cambiai le targhe e nascosi quelle autentiche sotto il sedile di Werner.

A Ottana arrivammo qualche minuto prima delle sei. Prendemmo il caffè e alle sei precise cominciammo il nostro giro, tornando indietro verso Nuoro, come mi aveva ordinato Vissenti. Di comune accordo decidemmo di non parlare più della nostra missione. Werner si informò dei problemi della Sardegna e rimase colpito, credo sinceramente, della complessità della questione sarda. Spesso interveniva con acutezza e, soprattutto, con una sensibilità assai diversa dalla indifferenza con cui mi aveva parlato della possibile sorte di Lavini.

Mentre scendeva il buio, ci fermammo a Orosei per fare benzina. Di lì a poco, i guerriglieri e il loro ostaggio si sarebbero probabilmente mossi per venirci incontro. Sperai ardentemente che non si spostassero troppo dal luogo in cui li avevo incontrati la notte prima. Altrimenti avremmo dovuto ripetere chissà quante volte quel lungo giro in strade tutte curve.

Verso le undici, lasciata Sarule da qualche chilometro, in un breve rettilineo vidi cadere un arbusto di lentisco.

"Eccoci" annunciai a Werner.

Gli uomini questa volta erano in tre. Dalla statura riconobbi Vissenti e Chichissu. La terza figura era simile a quella di Pascale Devaddis. Tutti erano armati di mitra. Vissenti si avvicinò alla macchina, ne aprì la portiera destra, facendo sussultare il dirigente della SRS.

"Il dottor Werner?" chiese Vissenti.

"Si, sono io."

"Buona sera. Scendete entrambi e seguite i miei due compagni. La macchina la prendo io."

Scendemmo e mentre seguivamo i due guerriglieri, vidi la macchina sparire in un viottolo parallelo a un ponte. Poco dopo, Vissenti ci raggiunse nelle vicinanze di un nuraghe che avevo visto spesse volte passando da quelle parti.

"Fermatevi qui" fece il più basso. Era Pascale.

Vissenti ci guidò all'interno del nuraghe. Quando tutti vi fummo dentro, srotolò una tenda militare che nascose così l'entrata. Accese una potente lampada a batterie che illuminò l'antro.

Werner si guardò attorno: "E' incredibile pensare che questa roba sia stata costruita tremila anni fa. Capisco benissimo che vogliate conservarvela cara questa vostra isola".

"Il suo padrone non sarebbe contento di sentirla parlare così" gli rispose Chichissu.

Vidi il volto di Werner contrarsi. Ma fu un attimo. Poi riprese la solita espressione sorridente. "Per carità, anche a lui piacerebbe molto questa costruzione. E' un uomo di gusto, sapete? Ha un solo difetto, comune a tutti i potenti: che questa roba la vorrebbe tutta per sé."

"Certo, e se adesso siamo qui" intervenne Chichissu "è proprio perché a Mirelli la Sardegna interessa solo in quanto ha una classe dirigente coloniale, territori in vendita, manodopera a buon prezzo. Di questa roba, come la chiama lei, non gliene sbatte niente. Come non gliene importa niente dei pastori e dei contadini e di tutti i lavoratori sardi."

"Sarà come dice lei. Ma io non sono Mirelli e tanto meno Lavini, se la cosa può farci cominciare a discutere."

"Bene, cominciamo pure" disse Vissenti, piazzandosi davanti a noi due. "Ma prima, mi scuserete, dobbiamo perquisirvi."

Le mani di Pascale scivolarono leggere lungo il mio corpo e la sua perquisizione mi sembrò molto formale, troppo forse per non dare nell'occhio. Poi toccò a Werner. Pascale fermò le mani sotto l'ascella sinistra del dirigente milanese.

"Che cos'ha qui?" si inquietò.

"Una pistola."

"Me la dia" ordinò seccamente Pascale. "Così, lei voleva fare il furbo, eh?"

Werner tirò fuori l'arma e la consegnò, tenendola per la canna, a Pascale, mentre gli altri due tenevano i mitra puntati sul petto dell'emissario. Pascale l'esaminò e la passò poi a Vissenti.

"E' una bell'arma, questa. Ma perché l'ha portata?" gli chiese quest'ultimo.

"La porto sempre con me" rispose Werner. "E poi... insomma, temevo di fare brutti incontri. Lo dico senza ironia."

"Svuoti tutte le tasche" gli intimò Chichissu.

Werner lo fece, coscienziosamente. Su un grosso sasso al centro del nuraghe depositò portacarte, portafogli, due pacchetti di sigarette americane, 1' accendino d'oro, una penna, un taccuino in pelle. Vissenti esaminò attentamente tutto, poi decise: "Questa roba gliela restituiremo alla fine".

"Lasciatemi almeno da fumare. Per me è una tortura non poter fumare."

Vissenti gli consegnò il pacchetto ancora sigillato e l'accendino. Il resto lo gettò nella taschedda che teneva sulle spalle.

"Bene, adesso possiamo cominciare a discutere.

Sediamoci laggiù" disse indicando un sedile in pietra che correva lungo la parete circolare.

Pascale rimase in piedi, accanto all'ingresso, il dito teso sul grilletto del mitra. Ci mettemmo a sedere, io e Werner sulla destra, gli altri due sulla sinistra.

"Potrei vedere il dottor Lavini?" chiese Werner. "L'onorevole Mureddu mi ha detto di averlo incontrato ieri notte vivo e vegeto e non ho, ovviamente, il minimo motivo di dubitare della sua parola. Ma prima di trattare, voi lo capite, ho il dovere di assicurarmi che sia vivo."

"Lo vedrà se sarà necessario" gli rispose Vissenti. "Dopo. Adesso ci dica se la sua società è disposta a consegnare cinquantamila quintali di mangimi ai pastori come richiesto."

"Non proprio" rispose Werner.

"Si o no. Ci dica se si o no" gli disse a muso duro Chichissu.

"Lasciamolo parlare" intervenne Vissenti.

"Ho fatto dei conti" riprese Werner per nulla turbato dall'irruenza di Chichissu. "Sono nel taccuino che mi avete requisito. Ma non importa. Credo di ricordarli a memoria. Cinquantamila quintali di mangime sono pari, se non mi hanno informato male, a circa un miliardo di lire. Ecco, io sono autorizzato a darvi, domani stesso, ottocento milioni di lire puliti, in banconote, cioè, i cui numeri non sono stati comunicati all'autorità giudiziaria."

"Lei, dottor Werner, non mi sembra un ingenuo, né uno sprovveduto. Avrà capito, quindi, che noi non vogliamo soldi, cosa che ci metterebbe sullo stesso piano di qualsiasi banda di sequestratori. E badi bene che lo dico senza nessun'ombra di disprezzo, almeno per quanto riguarda la maggioranza dei sequestratori sardi. Non vogliamo denaro."

Come sempre aveva fatto, quando doveva dire qualcosa di importante e di decisivo, Chichissu si alzò in piedi, piazzandosi davanti all'interlocutore: "Dalla sua società noi chiediamo un gesto che significhi il riconoscimento dei guasti che ha prodotti in Sardegna e allo stesso tempo un riconoscimento, per quanto simbolico, di quest'attività coloniale".

"Lo so. Ed è per questo che siamo restii, decisamente restii ad accedere alle vostre richieste." Poi si volse verso di me: "Lei che cosa ne pensa, onorevole Mureddu".

"Mi sta tirando per i capelli, dottor Werner. Io non avevo intenzione di intervenire in questa parte della discussione. Ma se vuole davvero sapere il mio parere, qui siamo di fronte a due posizioni di principio: lei e la sua società non volete perdere la faccia riconoscendo che la SRS ha creato danni enormi alla Sardegna; questi signori non vogliono, e onestamente non possono, perdere la faccia accettando soldi come se si trattasse di un banale sequestro per estorsione. I casi sono due: o cedete voi o cedono loro."

"Ci sarebbe una terza soluzione" fece Werner.

"E cioè" domandò Vissenti.

Era chiaro che Werner e, attraverso lui, la SRS tenevano a Lavini e comunque non volevano interrompere la trattativa. Se fosse stato vero ciò che 1' emissario di Mirelli mi aveva detto, a quest'ora avrebbe dichiarato la sua indisponibilità a trattare, come aveva anticipato a me.

"Voi volete costringerci a un atto che non possiamo compiere. D'altra parte a noi interessa concludere un accordo con voi. Bene: io vi propongo una via di mezzo che da un lato salva la faccia alla mia società e dall'altro fa ottenere a voi ciò che pretendete."

"E quale sarebbe, questa via di mezzo" chiese Chichissu.

"Questa: noi consegneremo al consorzio agrario da voi indicato la somma necessaria ad acquistare i mangimi e, d'accordo con il presidente nazionale dei consorzi agrari, risulterà ufficialmente che la distribuzione ai pastori della quantità pattuita è un atto di liberalità e di umanitarismo degli stessi consorzi. Voi, da parte vostra, vi impegnerete a non contrastare e, soprattutto, a non smentire questa transazione. In seguito, compiuta che sia l'operazione, libererete il vostro ostaggio. Al quale, sia detto con tutta franchezza, non è che teniamo poi tanto, soprattutto dopo ciò che ha spifferato. Signori miei, qui è in gioco solamente l'immagine della società, il resto non interessa poi molto."

"E' la sua ultima parola?" intervenne Vissenti.

"Per il momento si."

"E allora le rispondiamo di no. Non siamo d'accordo. E' la società che deve comparire in prima persona. Altrimenti..."

"Altrimenti avrete un cadavere sulla coscienza. E non so quanto questo giovi alla causa che voi dite di servire."

"Non si faccia illusioni, signor Werner" lo interruppi io. "Se lei pensa che la sua società abbia una qualche immagine positiva qui in Sardegna, si disilluda. Qui non avete nulla, nessuna immagine da difendere, intendo. E se una ne potete conquistare, questa è strettamente legata alla liberazione di Lavini, anche se, e bisogna che se ne renda conto, avrete la solidarietà esclusivamente della borghesia filo italiana. Ma, del resto, è questa che vi interessa, non è vero?"

"Mi scusi ma non riesco a seguirla."

"E' chiaro, invece. Voi, la SRS intendo, non potrete mai cambiare la faccia colonialista della vostra impresa. Qualunque sia la sua decisione, i lavoratori sardi potranno giudicare la sua società o come beffata, se cederà alle richieste, o come ripugnantemente cinica, se non cederà. Nella borghesia compradora, che è poi quella che vi interessa perché è essa che vi ha accolto e dato i finanziamenti, la salvezza di Lavini sarebbe presa come la dimostrazione che la SRS è una società in cui albergano individui con sentimenti umani."

"Ma..."

"Mi lasci finire. Di fronte a un atto del genere, questa stessa borghesia si sentirebbe gratificata e, in qualche modo, persino giustificata per la scelta che ha fatto dandovi credito."

"La credevo meno semplicista nei suoi ragionamenti, onorevole Mureddu e a voi" disse Werner rivolto ai tre mascherati "facevo credito di maggiore intelligenza politica e di minori ideologismi d'accatto... Però, mi rendo conto che quello che potrete dire alla massa è indubbiamente efficace."

Sotto le maschere dei tre guerriglieri, indovinavo un'aria di soddisfazione. D'altra parte c'era una cosa che mi turbava in questa situazione: entrambe le parti stavano discutendo sulla vita di un uomo come se si trattasse di una compravendita di porcetti.

E, in questa trattativa, il ruolo più ignobile era sostenuto da Werner. Gli altri tre se ne stavano, visibilmente soddisfatti, del tutto silenziosi: Pascale appoggiato alla parete del nuraghe e gli altri due seduti nel lungo sedile di pietra. Tutti impugnavano il mitra, ma sembravano meno tesi, ora.

Da lontano, all'improvviso, arrivò dentro il nuraghe il trillo di una civetta. Vidi i tre guerriglieri tendersi come delle corde. Vissenti e Chichissu scattarono in piedi. Indietreggiando arrivarono all'apertura dell'antro, sempre tenendo i mitra puntati contro di noi.

"Spero per voi che non abbiate tentato scherzi" sussurrò, gelido, Chichissu. "State fermi e zitti."

Un nuovo verso d'uccello, uguale al primo seguì dopo pochi secondi. Tirai un sospiro di sollievo. Un guerrigliero, lasciato di vedetta, aveva forse notato qualche movimento, giudicato immediatamente dopo inoffensivo Ma poteva essere una misura, escogitata da Sardigna Ruja, per drammatizzare la situazione, per far capire a Werner che non era il caso di prendere la cosa alla leggera.

"Abbiamo pochissimo tempo a disposizione per le chiacchiere" sollecitò Vissenti tornando accanto a noi. E poi, rivolto a Werner: "La sua proposta è respinta. Vogliamo sapere, subito, se accetta le nostre condizioni o no".

Werner si incurvò, posando teatralmente il capo chino sulle mani. Rimase così per qualche istante, come se stesse riflettendo e poi disse: "Vorrei consultarmi con il dottor Lavini. Poi vi darò la risposta. D'accordo?".

Tirò fuori dalla tasca del cappotto le sigarette e ne offrì una a ciascuno. Tutti la presero e Werner fece scattare il suo prezioso accendino.

"Va bene" consentì Vissenti. Poi, rivolgendosi a Pascale, disse: "Vai tu, portalo qui".

Rimanemmo in silenzio almeno per cinque minuti. Werner passeggiava. Si affacciò anche alla scala che portava in cima al nuraghe, ma Vissenti gli intimò: "Stia a sedere, dottor Werner".

Pascale rientrò spingendo il tecnico, imbavagliato da uno straccio che gli copriva occhi e bocca, le mani legate dietro la schiena. Pascale lo liberò. Lavini si stropicciò gli occhi e ci guardò con aria imbambolata.

Immobile, là dove Pascale lo aveva spinto, fissò prima me e poi Werner. Mi salutò e poi chiese: "Sei tu Werner?".

"Si, coraggio, vedrai che ti tireremo fuori."

"Solo se accetterete le nostre condizioni" disse Chichissu. "E lei stia attento, dottor Lavini, perché non ci sembra che la sua società sia particolarmente impaziente di riaverla in sede."

"Come?" urlò Lavini. E rivolgendosi a Werner, senza abbassare il tono di voce: "Che cos'è questa storia?".

"Niente, niente. Non devi preoccuparti" rispose Werner. Rivolgendosi poi a Vissenti chiese: "Potrei restare qualche istante solo con il dottor Lavini?".

"Non potreste dirvi le vostre cose davanti a noi?" domandò Vissenti, senza però molta fermezza.

"No, non potete chiedermi questo" ribatté Werner, deciso.

"E va bene" concesse Vissenti. "Vi diamo cinque minuti. Noi usciremo, ma vi avviso, non vi mettete in testa idee strane, perché noi saremo qui fuori. E spareremo a vista. Chiaro?"

"Capito."

Uscimmo, io per primo e dietro tutti gli altri. Fuori, Vissenti e gli altri mi strinsero la mano. "Senza di te non ce l'avremmo fatta" sussurrò Pascale.

Passarono meno di cinque minuti e Werner sollevò un lembo della tenda mimetica. "Abbiamo finito" disse. E quando fummo tutti dentro: "Va bene. Accetto le vostre condizioni".

Vissenti disse a Lavini di mettersi pure a sedere. Dal tascapane tenuto sulle spalle tirò fuori una bottiglia e l'offrì per primo al prigioniero.

"Che cos'è" chiese lui.

"Un goccio di acquavite, le farà bene. Poi le faccia fare il giro. Bicchieri non ne abbiamo. qui. E ora a noi, dottor Werner. Domani mattina stessa, anzi, stamattina ormai, darà disposizioni perché si compri il mangime..."

"Che cosa dovrò fare poi, una volta che avremo questa montagna di mangime?"

"Darà disposizioni perché vengano consegnati due quintali a ogni pastore con meno di centoventi pecore o centocinquanta capre e alle cooperative in ragione di due quintali ogni cento pecore" disse Chichissu.

"In ogni caso" intervenne Vissenti "appena avremo la sicurezza che l'operazione è stata iniziata, noi faremo un ultimo comunicato per indicare tutte le modalità che la SRS dovrà seguire."

"Dipende da lei," proseguì Chichissu "la liberazione di Lavini potrebbe avvenire anche dopodomani. Va bene?"

"Va bene."

"La nostra discussione è finita, immagino."

"Per quanto mi riguarda, si" disse Werner.

"Bene, vi accompagniamo fino alla macchina."

Lavini, che se ne era stato zitto fino a quel momento, cominciò a singhiozzare: "Fate presto, per carità. Voglio tornarmene a casa".

Ci fece strada Pascale. In silenzio ci accompagnò vicino al ponte, dove c'era la nostra macchina. Prima di salirvi, Werner si vide consegnare una busta di plastica. "E' la sua roba" disse Pascale. "Ci siamo tenuti per ricordo i proiettili della pistola. Adesso andate e fate buon viaggio."

Per strada, dopo un lungo tempo passato in completo silenzio, Werner mi disse: "Devo ringraziarla, onorevole Mureddu. Forse, senza i suoi interventi, non sarei riuscito a portare le trattative all'esito voluto".

"Non mi sembra che le cose siano andate poi così bene per la sua ditta" gli dissi sorridendo.

``E invece si, caro onorevole. Benissimo. Fuma?" Mi porse il pacchetto di sigarette. Ne presi una.

"Ha dei fiammiferi?"

Frugai nel mio eskimo e gli porsi un pacchetto di cerini. Accese per prima la mia sigaretta. "Che cosa ne dice di questa sua esperienza sarda?" domandai.

"Le confesso che pensavo ai banditi sardi come a persone, per così dire, meno ingenue" disse lui sorridendo. "E anche più temibili... Però, quell'acquavite è davvero una gran cosa, sa?"

Non parlammo più fino a Nuoro.