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Davanti al caminetto acceso, conto le ore di questa notte interminabile. Dovrei aver sonno, dopo quasi tre giorni di veglia, ma l'emozione e la paura, anzi il terrore, mi tengono ben sveglio. Vissenti è partito già da un paio d'ore. Giovannandrea Satta è su, nella camera degli ospiti, e dorme. Poco fa sono salito in camera per cercare di dormire almeno un po' e dalla sua porta filtrava il respiro pesante del mio amico giornalista. Babbo non c'è nella sua stanza. Dev'essere rimasto in campagna a dormire.

Attizzo il fuoco. Le fiamme e il tepore mi aiutano a riflettere su queste ultime giornate. Devo costringermi a fare uno schema mentale di quanto è successo, se voglio trovare in quale momento, in quale punto ho sbagliato tanto da alimentare il sospetto che io possa aver tradito gli amici.

Da quando sono tornato dall'incontro con i guerriglieri non ho parlato con nessuno. Sono rimasto chiuso nella mia stanza a leggere fino a quando, ieri mattina, ho sentito le prime raffiche del conflitto a fuoco. Quando sono uscito, ormai tutto stava per esser compiuto e quindi non posso essermi lasciato scappare nessuna informazione da cui risalire a Chichissu, Pascale, Vissenti.

Ma c'è un'altra possibilità. Che qualcuno ci abbia seguito al luogo dell'appuntamento e abbia poi seguito gli spostamenti dei sequestratori dal nuraghe alle campagne di paese. Certo, non posso escludere che sia andata così, anche se mi pare molto improbabile che Vissenti e i suoi non se ne siano accorti. Una vedetta, l'altra notte, aveva dato l'allarme, segno che aveva sentito qualcosa, ma poi l'allarme era rientrato. E, a parte questo, che testimonia della vigilanza dei guerriglieri, perché mai la polizia e i carabinieri non avrebbero cercato di liberare Lavini quando ancora si trovava nel nuraghe?

Werner, lui si che avrebbe potuto parlare. E probabilmente lo ha fatto. Ma, ammesso che conoscesse la località dell'appuntamento, sicuramente non poteva sapere che Lavini sarebbe stato spostato di oltre trenta chilometri e proprio in quella precisa direzione. Questo non lo sapevo neppure io.

Di Werner non ho notizie dall'alba del 27, quando l'ho lasciato nel suo albergo a Nuoro. Non so neppure se abbia comprato il mangime, se sia ancora in città o se sia già partito. Ieri mattina, giorno del conflitto, i giornali non dicevano niente del sequestro. Solo uno dei due quotidiani, in un breve neretto, riportava un'indiscrezione secondo la quale la SRS aveva accettato di pagare il riscatto voluto e la liberazione del tecnico poteva essere, di conseguenza, questione di giorni se non di ore.

Tra un po', appena aprono le edicole, scenderò a comprare i quotidiani. Saranno certo pieni di notizie e di commenti. Forse capirò qualcosa di più.

Poco fa, nel Notturno dall'Italia, la radio di stato ne ha parlato in quattro lingue, senza particolari ma con molti aggettivi.

Penso alla spiata. Chi, se non dall'interno di Sardigna Ruja può averla fatta? Solo uno di loro poteva conoscere ore e luoghi degli spostamenti. Ma, allora, perché la polizia lascia circolare la voce che c'entro anche io? Chi l'ha consigliata? Una cosa è certa: mi vogliono inguaiare seriamente, ma perché? Sono uno scelto a caso o è proprio me che vogliono colpire?

Si, mi sembra un buon metodo per procedere. Se voglio capire debbo pormi tutte le domande possibili. Perché, poi, la giustizia non mi ha ancora voluto interrogare? Eppure a quest'ora sa benissimo che io ho fatto l'intermediario. Mi sforzo di dare risposte, ma non ho elementi. Tra qualche ora, dai giornali e da quello che scrivono saprò come comportarmi Ci sarà pure un elemento che riuscirà a farmi capire qualcosa.

All'improvviso mi trovo, intirizzito, disteso sulla sdraio. Il fuoco è spento. Guardo l'orologio. Sono già le otto. Ho dormito tre ore. Scaldo il caffè e, intanto, mi lavo la faccia. Poi corro all'edicola. Nel viottolo incrocio gente frettolosa che al mio saluto risponde appena, a mezza voce.

I giornali che prendo sono fra gli ultimi. Ziu Nanneddu, l'edicolante anarchico, me li passa abbozzando un gelido: "Buon giorno, onorevole".

A casa trovo Giovannandrea Satta già in piedi e pronto a partire. Gli dico: "Scaldati il caffè e lasciami leggere i giornali. Ah, scusa, buongiorno".

"Al diavolo il caffè... Dai, passa un giornale anche a me."

Si avvicina uno scanno al caminetto ormai semispento e si mette a leggere il quotidiano per cui lavora. In quello che ho io, mi colpisce immediatamente una foto in prima pagina. Mi colpisce peggio di una mazzata. L'individuo lo conosco bene: è Wemer. Solo che al posto di questo nome ce n'è un altro: Giovanni Lombardi, seguito da una qualifica, capitano dell'antiterrorismo milanese, come dice la didascalia. La foto è all'interno di un riquadro che ha per titolo: "Come ho liberato Lavini".

E' un racconto che scorro rapidamente, pieno di rabbia. Vedo scritto anche il mio nome. Mi costringo a leggere tutto, dall'inizio, attento a tutte le possibili sfumature.

"La liberazione del dottor Giacomo Lavini e la cattura di due dei suoi carcerieri non è opera della fortuna, ma dell'abilità di un funzionario della Digos di Milano e di un piccolo gioiello della tecnologia moderna applicata alla lotta al crimine. Ecco come sono andati i fatti, secondo il succinto racconto che ne ha fatto il capitano Giovanni Lombardi, l'uomo che i terroristi hanno conosciuto come dottor Wemer, dirigente plenipotenziario della SRS di Milano."

Qualche altra parola di elogio di Werner-Lombardi, poi il racconto: "Insieme all'onorevole Mureddu, che era stato designato dal dottor Lavini a trattare le condizioni della sua liberazione, il capitano Lombardi ha incontrato i banditi la notte tra il 26 e il 27 marzo. Sia Lombardi sia Mureddu furono accuratamente perquisiti dai terroristi. In quell'attimo — ci ha detto il capitano Lombardi — ho pensato che tutto il mio piano stesse per saltare. I terroristi, infatti, mi sequestrarono tutto. Ma, dietro mia richiesta, acconsentirono a lasciarmi le sigarette e il mio accendino..."

"L'accendino, accidenti!" grido.

Satta si scuote, si volta verso di me: "Che cosa dici?"

"No, niente. Poi ti racconto" gli rispondo. E mentalmente rivivo la scena, come un lampo. Werner-Lombardi aveva sempre usato l'accendino per accendersi le sigarette. Ma poi, mentre tornavamo a Nuoro, mi aveva chiesto i fiammiferi. Ecco che cosa ne aveva fatto: negli istanti che era rimasto solo con Lavini, doveva averglielo consegnato. Poco più sotto, nell'articolo c'è la conferma.

"Ma non si trattava di un semplice accendino. E' un sofisticatissimo strumento elettronico. Non posso scendere in dettagli per ovvie ragioni, ma posso dire che si comporta come una radiotrasmittente. Con un radiogoniometro montato su un elicottero è stato un gioco localizzare i banditi e il loro ostaggio, così come un gioco è stato approfittare dell'ingenuità dei terroristi che mi hanno concesso di stare solo a solo con il dottor Lavini, al quale ho consegnato l'apparecchio. Fin qui il racconto del capitano Lombardi. Di più possiamo aggiungere che l'accendino-radio è in grado di indicare la sua posizione con un'approssimazione di venti centimetri" scriveva il giornale.

E continuava: "Nel racconto del funzionario di polizia compare il nome di Mario Mureddu, consigliere regionale indipendente. La sua opera di mediatore è stata, si apprende negli ambienti della Questura, decisiva ai fini della liberazione di Lavini e della cattura dei banditi. E' questa anche l'opinione del capitano Lombardi".

"E' un'infamia" grido. "E non capisco perché stiate cercando di incastrarmi."

"Come dici?" fa il giornalista, chiudendo il suo quotidiano.

"Hai letto questa storia dell'accendino?"

"Si. Quello che non capisco è per quale motivo hai fatto mettere in trappola Chichissu e Pascale. Non erano tuoi amici?"

"Ohé, Giovannandre', non sarai mica matto a pensare una cosa del genere?" dico sconsolato. "Con Werner è vero che ci sono andato da loro, ma io non sapevo certo chi fosse. Altrimenti... ma insomma ti pare che io possa aver fatto una cosa del genere? Eppure mi conosci, no?"

"Ma allora perché la polizia lascerebbe capire... Scusa, sai, ma non è mai successo che la Questura facesse intendere ai banditi che alla loro cattura ha contribuito una persona che essi conoscono."

"Appunto. E proprio questo dovrebbe farti sospettare che ci sia qualcosa che non va, non ti pare? E poi, un'altra cosa: da quando in qua, la magistratura non interroga immediatamente gli intermediari?"

"Già, anche questo è vero. Ma non capisco. Perché tutta questa manovra. A che cosa vogliono arrivare?"

"Non ne ho idea, Giovannandre'. Io so solo che se i superstiti di Sardigna Ruja dovessero credere alla polizia, io passerei momenti brutti. Porcaccidenti, ma proprio..."

"Calma, Mario, ragioniamo con calma. Vedi? mi era sfuggito un particolare importante. Quel Lombardi certo no, ma tu i sequestratori li conosci tutti, non è vero?"

"Non mi chiedere queste cose, ti prego."

"Hai ragione, scusa. Ma certamente è così. La polizia parla di due banditi identificati e di un terzo sconosciuto. Se tu avessi collaborato con loro, saprebbero anche il nome del terzo. E' logico."

"Non posso dirti niente su questo, Giovannandre'. In ogni caso, continuo a non capire perché questa manovra. A meno che..."

"A meno che non vogliano farti servire da esca per catturare il terzo e gli altri eventuali, presentandoti a loro come una sorta di traditore. Cosa ne pensi tu?"

Soprappensiero attizzo il fuoco. Adesso è del tutto spento. Mi alzo, prendo un foglio di giornale e qualche ramoscello secco. Mi chino dentro il caminetto e sistemo la legna sopra la carta. Subito una fiammata attacca la legna già semi carbonizzata.

"Ma no, non possono essere così ingenui. Se qualcuno si deve vendicare, lo sai bene, non lo fa così, su due piedi. Né possono seriamente pensare di arrestare tutti quelli che cercano di avvicinarmi, ammesso poi che possano controllarmi giorno e notte. Mi sembra un'ipotesi fragile."

"Tirane fuori una tu, allora."

"A me è venuta un'altra idea. Supponiamo che la polizia pensi che io faccia parte, in qualche modo, dell'organizzazione. Mettendo in giro la storia del mio tradimento, possono pensare che io corra al rifugio di Sardigna Ruja per scagionarmi. Un bell'accerchiamento e il gioco è fatto: in quattro e quattr'otto tutti i guerriglieri arrestati e addio per sempre a Sardigna Ruja. Che te ne pare?,'

"Come logica non fa un grinza, mi sembra. Ma o davvero tu sei dentro a Sardigna Ruja e allora, almeno teoricamente, il loro piano può funzionare o tu non c'entri nulla e allora per te non ci sarebbe via di scampo e loro starebbero facendo davvero un gioco pesante."

"Comunque, io credo che ci sia un modo, se tu mi dai una mano, per scoprire il gioco e per tirarmi fuori dal pasticcio."

"Sarebbe?"

"Senti, la magistratura non mi ha interrogato e questo è un fatto. Vediamo perché. I casi sono due: o pensa che io sia davvero dentro Sardigna Ruja, oppure sa la verità e che cioè non ci sono. Nel primo caso, non mi interroga perché, facendolo, sarebbe costretta ad arrestarmi per reticenza o falsa testimonianza o che so io, segnalando così ai miei complici che io sono pulito. E così, addio piano per prendere nella rete tutti i guerriglieri. Nel secondo caso, non mi interroga perché, volendo che funzioni da traditore-esca, il mio mancato interrogatorio dà maggiore forza alla tesi che io sia davvero un traditore e che, quindi, abbia già parlato abbondantemente. Mi stai seguendo?"

"Perfettamente, fino a qui. Vai avanti."

"Che cosa succede, invece, se io spiffero tutto quello che so a un giornale? Al tuo, per esempio? Qualunque sia, gli faccio saltare il piano che hanno costruito sul fatto che dovrei starmene zitto."

Giovannadrea mi intervista. Parlo per una buona mezzora, forse. Racconto tutto tranne le mie sensazioni, il riconoscimento dei guerriglieri e i miei colloqui privati con loro. Taccio anche sul fatto che, sia pure con ritardo, mi sono accorto della scomparsa dell'accendino dalle mani di Werner.

All'ultimo Satta mi chiede che cosa penso del fatto che ancora non sono stato sentito dai giudici circa il mio incontro con i banditi.

Misuro attentamente le parole e quasi le detto: "Ovviamente, io non ne conosco le ragioni. Ma penso di poter fare un'ipotesi. Gli inquirenti forse vogliono far capire ai guerriglieri che io avrei collaborato con il capitano Lombardi alla loro cattura, sperando che questo spinga gli altri a un passo falso. Il mio mancato interrogatorio potrebbe avvalorare questa tesi, nel senso che, in questo modo, si suggerirebbe ai rapitori di Lavini che io abbia già detto tutto agli inquirenti durante incontri non formalizzati. Il che è del tutto falso, anche se debbo dire che alla magistratura non potrei riferire niente di diverso da quello che ho detto ora a lei".

Giovannandrea pensa sia meglio che io rilegga 1' intervista prima che sia pubblicata. Così decide di scriverla subito. Sale in camera mia.

Leggo i giornali da cima a fondo. A parte l'articolo su Werner-Lombardi, non c'è molto di interessante. La cronaca sul conflitto è piatta, retorica, apologetica. Evidentemente i cronisti non sapevano dell'intervista al poliziotto milanese e così sono prodighi di elogi per la "sagacia del maresciallo Sanna e dei suoi uomini", artefici della "brillante operazione favorita dalla grande conoscenza che Sanna ha del terreno e da un pizzico di fortuna". I cronisti non sapevano e il direttore non deve aver fatto in tempo a pulire gli articoli dalla polvere della retorica.

L'intervista che Satta ha finito di scrivere va molto bene. "E ora speriamo che non mi censurino" dice.

Uscito Giovannandrea, resto accanto al fuoco, la testa fra le mani, a pensare. Di uscire in paese neanche a parlarne. Mi è bastata per oggi la freddezza delle persone che ho incontrato nel viottolo e l'accoglienza gelida di ziu Nanneddu, giù all'edicola. Devo risolvere i miei problemi, prima di poter affrontare di nuovo la gente.

Il tentativo per salvarmi è fatto e non resta che aspettare le reazioni. Ma devo decidere, devo uscire dall'ambiguità. Devo schierarmi, ormai: o con Sardigna Ruja o contro Sardigna Ruja. Ho riletto, in questi giorni, gli scritti di Ernesto Guevara, il suo diario, le opere critiche sulla sua esperienza. Ma non mi hanno aiutato a scegliere. Sono al punto di partenza e i libri, questa volta, non serviranno a nulla. Assolutamente.

La teoria del focus guerrigliero è andata bene applicata a Cuba, è stato un fallimento in Bolivia. Bene. Ma chi può dire che la Sardegna sia la Bolivia piuttosto che non Cuba. Il "Che" in Bolivia era isolato; lo stesso "Che" era un pesce nell'acqua a Cuba. E a dar retta alle cose che ho visto e sentito in paese, quelli di Sardigna Ruja appartengono alla seconda categoria... scaccio via questi pensieri dalla mente. Non è su questa base che posso decidere che cosa fare.

Solo che debbo decidere. Io sono compromesso e non mi posso permettere l'indecisione. So troppe cose: conosco chi è rimasto fuori, so dove hanno tenuto prigioniero Lavini e so parecchi altri particolari. Se mi interrogano, e dopo l'intervista non staranno molto a farlo, dovrò parlare, dire qualcosa.

Sarebbero degli idioti se credessero che nell'intervista c'è davvero tutto quello che so. Del primo incontro con i guerriglieri, ho detto a Satta che era stato fissato per telefono da un voce sconosciuta. Mica potevo dire che era stato il babbo di Vissenti ad avvicinarmi. Ma loro sanno che non è vero. La giustizia sa che io non ho ricevuto nessuna telefonata del genere.

Devo decidere. Se insisto nella mia versione, finisco in galera. Se dico una parte della verità, finisco in galera lo stesso, magari per favoreggiamento. E quanto potrò resistere?

Io sono un intellettuale, non un pastore come Vissenti, abituato a resistere alle torture fisiche e psichiche delle notti all'addiaccio, dei mesi di solitudine, della fame e della sete. E allora? Allora devo schierarmi subito, saltare da una parte o dall'altra del muretto dove sono salito, qualche tempo fa, illudendomi di poterci rimanere per sempre.

Da questa parte ci sono Sardigna Ruja, la latitanza, azioni disperate come quella appena conclusa e altre forse più riuscite, una spirale di violenza, uccisioni, sequestri e, prima o poi, la morte o la galera. Da questa parte invece c'è sa zustissia mala, una testimonianza su tutto ciò che so, qualche mese di galera, poi la tranquillità. Ma chi collabora con la giustizia straniera è una spia, e non vive tranquillo, spesso non vive affatto.

Vorrei aver più tempo per decidere. E magari potessi tornare indietro. Guarderei con terrore e ripugnanza la strada dell'ambiguità. Certo, sceglierei subito. O con Sardigna Ruja o contro, subito. Sarebbe una scelta, comunque. Qualcosa di diverso dalla strada che, per pigrizia o per intellettualismo, ho percorso fino a ora.

Si, ma quale scelta? Non sarebbe astratta. Non si può essere astrattamente contro o a favore della guerriglia in una terra colonizzata, così come è assurdo dire astrattamente che si è per o contro la violenza.

Intanto, non ho deciso. Anzi non ho nemmeno deciso che cosa avrei deciso, potendo tornare indietro nel tempo. E io so perché. Perché significherebbe che quella scelta è valida anche ora, in questo momento. E ne ho paura. Alla fune saranno gli avvenimenti, le cose che faranno gli altri, la giustizia, Vissenti, il paese, a costringermi alla scelta. Chissà, forse è più giusto così: perché fasciarsi la testa prima di essersela rotta?

Scoppio a ridere, nevrastenicamente. Chissà che cosa direbbero ziu Jubanne, i pastori del bar, babbo, ziu Seddone, tutti quelli che mi credono il capo di Sardigna Ruja, se potessero sentire i miei pensieri, in questo momento. "Balente? Chi? Mureddu? Ma non lo state vedendo che mangia solo pane e dubbi?"

Il dubbio — ho letto da qualche parte — è il pane dell'intelligenza. Un corno. Diciamoci la verità, Mario Mureddu: tu sceglieresti senza esitazioni di unirti a Sardigna Ruja se minimamente avessi la sicurezza di farla franca. Se Sardigna Ruja ti assicurasse di riuscire a prendere il potere cinque-dieci minuti prima che la polizia o l'esercito vengano a bussare alla porta di casa tua, tu non avresti dubbi. È il fatto che non lo sai che ti frega.

In ogni cosa che ho fatto durante questo episodio di guerriglia nascente, ho avuto sempre una valvola di sicurezza. Quando era la spinta umanitaria, quando lo stato di necessità.

Ma io so.

Nascostamente, senza neppure volerlo riconoscere da un punto di vista intellettuale, sono favorevole al bel gesto, all'atto che testimoni la ribellione anche violenta alla condizione coloniale.

Si. Sono favorevole, a patto che siano gli altri a organizzarsi, a farli questi atti. Tu, poi, dall'alto del tuo muretto di divisione, sei messo a giudicare che cosa è bene e che cosa è male, la spinta è giusta è il metodo che è sbagliato. E' il modo in cui l'atto è stato compiuto che non va bene.

In realtà, io ho detto, però, a Vissenti, Chichissu, Pascale e agli altri che non ci stavo a formare una banda armata. Però, con loro ho collaborato. E come mi sono divertito vedendo lo sconcerto di quella massa di corrotti denunciati da Lavini. Ma quando ho visto i carabinieri e la polizia che li stavano accerchiando, giù nella vallata, me ne sono stato fermo, appoggiato alla corriera, quassù in paese ad assistere.

Come tutti del resto.

Come tutti ho parteggiato per loro. Dentro di me. Ho fatto il tifo per Vissenti, quando stava scappando, ma mi sono saltati i nervi quando ziu Jubanne mi ha rimproverato.

E come ero pieno di me, la volta che mi avevano chiamato fra i giudici per un chiarimento. Sapevo benissimo che dovevo ciò alla fama sotterranea che mi avevano cucito addosso e nonostante ciò avevo accettato. C'era pericolo, è vero. Ma l'ho pensato dopo. Altrimenti, sono proprio sicuro che avrei preso parte a quel processo, illegale ai sensi dell'articolo tot della legge taldeitali?

Ma perché mi sto avvilendo così?

Possibile che in questo esame non ci sia un aspetto positivo della mia persona? Devo stare attento, molto, perché quest'autocritica tanto impietosa potrebbe avere un brutto sbocco: siccome sono una cacca di intellettuale, tanto vale che me ne faccia una ragione e vada dalla giustizia a raccontare tutto quello che so.

E no, perdio. Uno ha il diritto di non sapere che cosa sia giusto assolutamente, di essere indeciso se Sardigna Ruja sia il bene assoluto o il male demoniaco. Ziu Jubanne, con tutte le sue chiacchiere, con il suo cantare una moda per Sardigna Ruja, che cosa ha fatto per salvare Chichissu e Pascale? Niente, era con me e con cento altri in piazza a sentir sparare.

Vissenti, Chichissu, Pascale, gli altri che forse non conosco neppure hanno fatto una scelta. Io non sono obbligato né a dirgli avete ragione sono con voi, né ad andare in caserma a denunciarli. Non li ho denunciati e non per paura ma perché so, lo so per esperienza personale, che non vale la ragione ad averla vinta contro la santa alleanza tra borghesia compradora sarda e colonialismo italiano.

Nella richiesta fatta da Sardigna Ruja a Mirelli di risarcire i pastori espropriati delle terre c'è più solidarietà di classe con gli sfruttati da Mirelli in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, che in tutti i miei discorsi al consiglio regionale, in quei colpi di fioretto che sono riuscito a piazzare nel ventre di bronzo di Mirelli.

In paese hanno gioito quando hanno preso Lavini. Ma quanti paesi, quanti operai italiani, a dispetto di quanto dicono i giornali, hanno manifestato segretamente la loro contentezza? E nessuno si è mosso. Né ziu Jubanne, né babbo, né i pastori nel bar di ziu Cosseddu. E neppure gli operai italiani.

No. Siamo tutti sullo stesso piano. Con in più, per me, il fatto che sto per pagare più duramente di tutti voi la scelta che sarò costretto a fare. Perché prima di questa sera dovrò aver scelto. E, forse, se il direttore di Giovannandrea Satta farà conoscere alla giustizia la mia intervista, appena ricevuta, non avrò neppure tutto questo tempo. E allora, è meglio che me ne esca, in campagna magari, da babbo, a due passi dal paese e a due passi dalle montagne.

Esco di casa. Non ho voglia di vedere nessuno. In questo maledetto borgo in cui si vendono 120 giornali, tutti i 3.036 abitanti leggono, si fanno leggere, si fanno raccontare, si raccontano quello che scrivono i giornali. E tutti, ora, 'sanno' che io ho aiutato Werner-Lombardi a liberare Lavini e a catturare Chichissu e Pascale.

Domani, leggendo, facendosi leggere, sentendo raccontare la mia intervista saranno pronti a chiedermi scusa di aver pensato male di me. Ma oggi non mi va di spiegare come stanno le cose a quelle occhiate di silenzioso disprezzo.

Senza farmi vedere, monto in macchina. Pochi metri e sono in una strada di campagna. Farò un giro più lungo per salire al monte e scendere poi alla nostra campagna. Oggi fa molto caldo. È una giornata di primavera, di quelle conosciute — direbbe ziu Seddone — prima che facessero scoppiare tutte quelle maledette atomiche che hanno sconvolto le stagioni. La strada bianca corre tra vigne e una sottile fila di pioppi frangivento e macchie di lentisco, cisto e mirto.

Devo scendere per venti chilometri prima di trovare la strada, sulla destra, che porta al monte. E' anni che non faccio più questa strada. Una volta, quando gli italiani e le loro guide indiane radevano al suolo le foreste, questa era la via di comunicazione principale fra il paese e l'esterno.

Tagliata l'ultima quercia, i toscani se ne erano andati e anche la strada aveva perso importanza.

Le classi dirigenti sarde hanno sempre fatto ponti d'oro a chi veniva a rapinare le nostre risorse e quando i rapinatori se ne andavano, anche i ponti d'oro cadevano in rovina. Allora come oggi, ancora. Finita la guerra, quando alla Regione arrivarono i primi soldi e si decise di asfaltare una strada che usciva dal paese, ci furono due possibilità. Una era quella di asfaltare la vecchia strada dei carbonai che porta al monte, ai pascoli, alle vigne, agli orti; l'altra era quella di asfaltare la strada per la città.

Scelsero questa che era la più rapida via di comunicazione per la polizia, l'emigrazione, i carabinieri, il latte in busta, gli insaccati 'tipo sardo' fatti a Milano, la società del benessere che approdò in paese quando era già finita ovunque.

Alla mattina presto e al pomeriggio tardi, è questa che sto percorrendo la via più trafficata. La fanno i pastori, i contadini, i braccianti della forestale, i pensionati che vanno a coltivarsi la vigna e l'orto.

Ecco l'ovile di ziu Priani. Qui finisce la strada e comincia un sentiero fra le rocce. Lascio la macchina e chiamo: "Ziu Pria' qui siete?".

Mi avvicino all'ovile. Un cane legato all'albero abbaia furiosamente. Non ci dev'essere nessuno. Più sotto, a mezzo chilometro c'è la vigna di babbo. Lui sta zappando fra i filari, finisce la potatura dei vecchi cespi e comincia la messa a dimora dei nuovi. Lo chiamo. Babbo si ferma e io gli indovino quel suo strizzare gli occhi per mettermi a fuoco. Mi riconosce e grida: "Scendi!".

Ci vogliono più di venti minuti per arrivare. Entro nella vigna e lo saluto: "E allora, ba'? Lavorando state?".

"Lavorando. E tu, come va?"

"Un po' stanco. Ma voi? Non siete rimasto a casa a dormire, stanotte."

"No. Ho dormito qui. Non volevo disturbarti. Ne avrai avute di cose per la testa..."

"Perché dite così?"

"Perché... aspetta che ci mettiamo a sedere, così ne approfitto per riposarmi un po', maledetta vigna mi sta prendendo le ultime forze che ho."

Ci mettiamo a sedere sul muretto a secco da dove si vede la strada bianca snodarsi fino alle prime case del paese.

"Vedi, Ma', i libri di storia non ne parlano, ma molti della mia generazione, e anche io, abbiamo vissuto momenti come questi. Fu al tempo di Pascale Tandeddu, mi ricordo come fosse ieri, appena finita la guerra. Allora lui non era ancora quel bandito feroce che diventò poi, ed era rispettato dalla gente. Lui aveva in mente di liberare la Sardegna e di buttare a mare i capitalisti italiani. Dentro la sua grotta, nel Supramonte di Orgosolo, ci sono state riunioni, sai? C'erano un sacco di scritte, là dentro: Viva Stalin, Viva il Comunismo. Ma poi, forse perché era rimasto solo o forse perché era uscito di senno, diventò feroce, spietato e sempre con quell'idea in testa di fare la rivoluzione. Furono i suoi stessi compaesani, incavolati per i delitti assurdi che faceva, a uccidere quel bandito. Rimasi in crisi per molto tempo, quella volta, così come sei tu in crisi oggi."

"Che cosa ne sapete voi della mia crisi... ne saprete molto, voi."

"Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo. Io tutto quello che ti passa in testa non lo so e non voglio saperlo. Ma te lo dico io che cos'hai. Hai che sei indeciso. Da una parte c'è Vissenti e gli altri amici tuoi che stanno in Sardigna Ruja..."

"Ma..."

"Quale ma, che cosa credi, che in paese non sappiamo tutto? Lo sappiamo chi c'è dentro a fare le cose, chi aveva in mano quel Lavini. Io so anche che Vissenti era a casa stanotte, che tempo fa ti avevano chiesto di stare anche tu dentro Sardigna Ruja e che tu hai detto che non eri d'accordo, anche se molti, in paese, e anche io fino a oggi, credono che tu sei il capo di quella roba là..."

"Va bene, va bene, continuate."

"Dicevo, da una parte ci sono questi tuoi amici e tu non vuoi o non puoi tradirli, dall'altra c'è la paura di finire in mano alla giustizia perché non vuoi dire quello che sai. E ti stai chiedendo che cosa devi fare, se andare con Vissenti, andartene alla giustizia o tagliare con tutto quanto e tornartene a emigrare."

"Per la verità a quest'ultima cosa non ci avevo neppure pensato... E voi che cosa mi consigliate?"

"Non ci sono consigli da dare. Solo le cose che succedono potranno consigliarti. Vedi? Se la giustizia ti cerca solo per interrogarti, ti manderanno a chiamare con un bigliettino, invitandoti a presentarti in caserma o dal giudice nel giorno tale all'ora tale. E allora sai che cosa devi fare."

"No. A dire la verità non lo so."

"Se è così, allora tu telefoni da dove ti pare, dicendo che sei molto impegnato e chiedi se per loro è lo stesso se ti presenti il giorno dopo o due giorni dopo, anche. Se ti dicono di si, vuol dire che non c'è da preoccuparsi molto, puoi andarci abbastanza tranquillamente. Al massimo ti possono arrestare per reticenza, ti fai una settimana dentro e poi, al processo, per male che ti vada, ti daranno sei mesi con la condizionale. Se invece ti dicono di no, vuol dire che hanno fretta di incontrarti. La cosa sarà un po' più brutta perché questo vuol dire che loro credono di sapere delle cose e vogliono fartele dire a te. Se non le dici, ti arrestano, ma il massimo che ti possono dare al processo sono diciotto mesi. Ma sempre con la condizionale, perché sei incensurato."

E' la prima volta che scopro tanta cultura giuridica in babbo. Sorrido. Come se mi avesse letto in mente, babbo si schernisce: "Per un sardo che vive in campagna, questo è il minimo che si deve sapere. Il nemico è molto più forte di noi e dobbiamo almeno conoscere le sue leggi. Vedi, Ma', se tu avessi deciso di stare in campagna anziché andare a studiare, anche tu le avresti dovute conoscere, se ti volevi salvare".

Lentamente si leva il fazzoletto di tasca e si asciuga la fronte. Mi posa una mano sulle ginocchia.

"Perché, almeno una volta nella vita, chi sta in campagna, in Sardegna, ha uno scontro violento con la giustizia straniera: nessuno si salva. Ma torniamo a bomba. Una cosa diversa ancora è se vengono in macchina a prenderti. Ottanta volte su cento vuol dire che stanno venendo ad arrestarti. E allora non fidarti, non fidarti mai. Se puoi, devi scappare perché, anche se sei studiato, sei un sardo vissuto in paese e quando vogliono incastrarti ti incastrano come vogliono. Un sardo che vive in paese, se non ha fatto ha visto e se non ha visto ha sentito e se non ha sentito ha consigliato. Loro ragionano così e non gliene importa niente se per noi è giusto quello che per loro è sbagliato."

"E che cosa si può fare, che cosa io posso fare?" Mi alzo, il sole picchia forte stamattina e cerco riparo sotto il pero selvatico che ci sta di fronte.

"Te l'ho detto, Ma', l'unica è uscire fuori, togliersi dalla circolazione e aspettare, nascosto, il processo. Tanto, con te o senza di te, il processo lo fanno lo stesso. Se sono riusciti a costruire bene le prove, ti condannano, ma intanto tu sei fuori e puoi sperare di arrivare libero fino all'appello e anche alla cassazione, lavorare insieme ai tuoi amici e compagni per svilire quelle prove. Se invece non ci riescono, allora ti devono assolvere per forza che tu ci sia o non ci sia al processo e intanto hai guadagnato a dir poco mesi o anni di libertà."

"Libertà, e che razza di libertà. Fossi uno come voi, o come Vissenti, forse si che sarebbe libertà. Ma per me, voi lo sapete, la libertà è poter viaggiare, entrare nelle librerie a comprare libri, rimanermene in camera mia a leggere, fare attività politica o anche starmene al bar a giocare a mariglia. E invece, a quest'età dovrei imparare a stare nelle grotte, uscire di notte e rintanarmi di giorno, non vedere nessuno con cui parlare, aspettare che voi o qualche parente mi portiate da mangiare..."

"Che fantasia avete voi intellettuali. Ma tu pensi davvero che il latitante se ne stia nelle montagne? Ci sta quando ci deve stare, quando magari ha le pecore che figliano o magari quando in paese circola molta giustizia o anche quando succede qualcosa che attira la polizia. Ma se no, se ne sta comodo in paese, o in paesi vicini, protetto dagli amici e dai parenti."

Ho fissa nella mente l'immagine di G. S., il latitante con cui avevo passato un'intera serata a casa sua. Fra l'esperienza e la letteratura, quella che descrive la vita solitaria dei latitanti sardi nel loro ambiente naturale, le montagne, avevo scelto, inconsapevolmente, la letteratura. L'altra cultura, cioè.

Babbo ha finito di parlare e se ne rimane silenzioso, lo sguardo fisso. Ha altro da dirmi, ma ne ha timore. Babbo sa altre cose, oltre al codice, e sta cercano il modo per dirmele.

Gira il capo e, senza guardarmi, fissando oltre il pero, mi dice: "Se ti faccio questo discorso, una ragione c'è, Ma'. E' che a te ti verranno a cercare, e presto. Tutte le cose che sono successe sono strane: e quando mai non interrogano un emissario in un sequestro di persona? Te lo dico io che cosa sta succedendo nelle loro teste. Loro pensavano, ieri mattina, quando c'è stato il conflitto a fuoco, che tu corressi ad avvertire gli altri di Sardigna Ruja. Ti avrebbero seguito e zac! tutti nel sacco. E invece tu te ne sei stato in paese, fermo, come se la cosa non ti interessasse. E allora loro hanno pensato: accidenti, questo è dentro fino al collo, eppure...".

"Ma come fanno, se mi hanno lasciato fare addirittura l'emissario?"

"Era una trappola, Ma', quella. Possibile che non te ne sei reso conto? Che cosa avevi da contrattare tu, quale mandato avevi avuto e da chi? A volte, voi intellettuali, che sembrate così intelligenti, annegate in una pozzanghera. Ma non ti è saltato in testa no? che Lavini ha chiesto te per smascherarti, perché pensava che tu fossi se non il capo, almeno uno dei capi di Sardigna Ruja? Vissenti è un tuo amico e lui sapeva che fra i suoi rapitori c'era Vissenti... Possibile che non ci abbia pensato da solo?"

All'improvviso, è come se babbo abbia liberato la mia mente da un cumulo di veli. In fondo non è neppure molto importante che quella sia l'unica verità probabile, che sia soltanto un'ipotesi. E' più vera della mia, anzi delle mie. Ma perché, allora, babbo mi ha lasciato fare, non mi ha mai detto niente? Glielo chiedo, avvicinandomi a lui come preso dal timore improvviso che qualcuno possa sentirmi.

"Perché fino all'alba di oggi credevo che tu ci fossi davvero dentro questa Sardigna Ruja. E che tu sapessi quello che facevi. E non fare quella faccia... E' passato Vissenti questa notte e mi ha detto tutto. Mi ha anche detto che non ci crederà mai che tu li hai traditi, tanto è vero che spera ancora che tu entri in Sardigna Ruja." Dopo una piccola pausa, babbo riprende: "Sai? ho già letto il giornale... quella storia dell'accendino. Chiunque ci sarebbe caduto. Lo sbaglio più grosso che possiamo fare è pensare che i nostri nemici siano stupidi".

"Proprio così, ba'. Ma scusate, prima vi ho interrotto. Dicevate che loro mi credono dentro..."

"Proprio così e, secondo me, la prova principale è che non ti hanno interrogato, ancora. Ti hanno visto fermo in piazza, mentre giù sparavano e certamente, a conoscerli, hanno pensato che tu avevi un sangue freddo ancora maggiore di quanto essi stessi avrebbero pensato. Loro non possono pensare che sbagliano. Adesso che hanno visto che tu non li porti dai tuoi complici, verranno a prenderti. Meglio uno che niente, diranno. E sta a te scegliere, andare in galera o uscirtene alla macchia."

"E arruolarmi in Sardigna Ruja, vero?"

"Mario, sono due cose diverse. Farti latitante non è una scelta: è un obbligo se vuoi stare libero. E tu devi farlo se mi dai ascolto. L'altro, quello di entrare in Sardigna Ruja è qualcosa che si può fare o si può non fare. Qui devi essere tu solo a decidere, nessuno può consigliarti, neppure io."

Si gratta il naso con l'unghia del mignolo, un gesto che gli ho visto fare solamente un'altra volta, quando, mille anni fa, avevo deciso di emigrare e lo avevo lasciato solo. E' tanto emozionato che pensa, forse, di bloccare la secrezione delle ghiandole lacrimarie con quel premersi l'attaccatura del naso.

"Siamo stati troppo poco insieme" dice. "Non ti ho potuto insegnare neppure le cose che servono a vivere, neppure le cose che so. E sono molte e poche, secondo come le guardi. Tu sai moltissime cose sul mondo, su Torino anche, ma pochissime su quelle che ci sono a Su Pranu. Vedi?" continua, facendo con il braccio un largo gesto, lentissimo. "Ora io saprei bene come tirarmi fuori di qui, anche senza conoscere tutte quelle belle cose, perché sono belle e ne sono convinto, che conosci tu. Ti ricordi quando mi raccontavi come Vissenti, da pastore era riuscito a diventare operaio e a imparare come si poteva punire il padrone facendogli quella cosa lì, come si chiama, il salto della scocca?"

"Eccome se me lo ricordo."

"Ebbe', Vissenti sa fare il salto della scocca e il pastore. E tu?"

"Io non so fare niente. E' questo che volete dire?"

"No, Ma'. Non è questo. Tu capisci, hai la possibilità di capire tutto, i problemi degli operai e quelli dei pastori, di due mondi diversi, cioè. Ma, povero te, non appartieni a nessuno dei due. E adesso è troppo tardi a insegnarti come si cammina svelti sulle rocce al buio, come si distingue una presenza estranea dall'odore di sigaretta che i pastori fumano di una marca e la giustizia di un'altra, come gli alberi di notte ti dicono se c'è qualcuno intorno a te, come si riconosce da lontano il rumore dei passi e di chi sono e tante altre cose. In Sardegna, ai bambini bisognerebbe insegnare prima questo di tutto l'altro. Io non ce l'ho fatta: forse perché pensavo che in Sardegna di fatti come li ho conosciuti io non ne sarebbero successi più. L'autonomia, la rinascita, il popolo sardo, quante di queste balle ci hanno detto per farci diminuire l'attenzione. Ed ecco, mio figlio, oggi, è come me, come babbo buonanima, come tanti quarant'anni fa."

"Ma c'è una differenza, vero?"

"Si, figlio, la differenza è che tu non sai come si sopravvive in una grotta, non sai come trovare, da latitante, ospitalità nelle case, moriresti di freddo e di fame e ti faresti prendere alla prima battuta dei carabinieri."

Parlando strizza gli occhi, che è il suo modo di resistere alla miopia. Scende dal muretto.

"Ma', guarda laggiù, nella strada."

Mi volto. Giù, appena all'uscita del paese, c'è un nugolo di polvere. Almeno questo lo so riconoscere: sono automobili, anche se non distinguo di che tipo siano. "Il binocolo, ancora c'è?" chiedo.

"E' nell'armadio. Corri, prendilo."

Corro alla casa, lo trovo subito. Salgo sul muretto e guardo.

"Le macchine sono tre, mi sembrano camionette azzurre" dico. "La polizia, ba', sta arrivando la polizia." Passo il binocolo a babbo. Gli basta un'occhiata.

"No" afferma perentoriamente. "Sono i carabinieri. Devi andartene, Ma', scappa."

"Esagerato che siete. Non è che verranno in dodici a prendere me, no."

"Non lo so. Ma quando lo potremo sapere con sicurezza, potrebbe essere troppo tardi per fuggire. Deciditi: se non vai, devi restare qui con me, forse a farti arrestare. Naturalmente, se decidi così, a costo di vendermi la vigna, ti pagherò il migliore avvocato di Nuoro per tirartene fuori."

Rifletto rapidamente. "No, vado."

"E dove, l'hai pensato?"

La nube di polvere diventa sempre più grande. Adesso si riescono a intravedere le piccole forme azzurre delle campagnole.

"No, non ne ho un'idea."

"Scendi in paese da Jubanne. Poi stasera decideremo che cosa fare. Stai tranquillo, l'ho già avvisato io, prevedendo che le cose andassero così."

"Ho lasciato la macchina nell'ovile di ziu Priani e se la trovano penseranno che io sono venuto qui e che poi sono scappato appena li ho visti. E..."

"Non ti preoccupare, Ma'. La trovo io una scusa. E poi, io sono troppo vecchio, a me non faranno niente. Però, vai, scendi subito in paese. Se prendi giù per il fiume arriverai prima che la giustizia sia qui nella vigna."

"Bene, allora io vado. Quand'è che ci vediamo?"

"Stasera. In qualche modo ci vedremo. Ti aiuteremo, vedrai."

"Si."

Vedo le sagome azzurre farsi sempre più grandi e scomparire dentro il bosco. Ci metteranno un venti minuti buoni, giudico, ad arrivare fin qui. Stringo nella mano la secca spalla di babbo.

Comincio a correre verso il fiume. Forse è meglio di no, meglio non correre. Visto che la mia sorte è la latitanza è opportuno che impari alcune regole, sentite raccontare da ragazzo: non correre mai, se non è assolutamente necessario, perché chi corre attira la curiosità. Cammino, invece, a passi lesti e sicuri.

Sta cominciando un'epoca nuova della mia vita. Avrò tempo per pensare a tutte le conseguenze della latitanza, anche a quelle più piccole. La prima e più immediata è che mi faranno decadere da consigliere regionale. Sono curioso di sapere la motivazione. Di ladri, di corrotti, il consiglio regionale ne ha avuto, di latitanti no. Certamente chiederanno consiglio a Roma.

Il fiume è più largo di quanto me lo ricordassi. Salto su un sasso e sono dall'altra parte. La mia carriera comincia bene: ho guadato un fiume senza bagnarmi neppure un po', senza scivolare e senza cadervi dentro.

Mi guardo intorno, nelle vigne c'è gente e fa finta di non vedermi oppure non vuole salutarmi. Ziu Batore, democristiano di ferro, mi ha visto, ma tra mezzora, quando di qui passerà la giustizia, sono sicuro che dirà di non aver visto passare nessuno, vicino alla sua vigna.

Sarà automatico, per lui, non per difendere me in particolare, ma per proteggere chiunque. Con un salto sono su una piccola piattaforma di granito, ancora pochi metri e si vedranno le prime case del paese, se ricordo bene.

Ziu Batore. Già. Chissà perché è democristiano? Non ha niente di democristiano, l'unica cosa è che crede a un suo dio particolare. Ha un senso assai vago del peccato e, in ogni caso, non pratica alcuno dei comandamenti fondamentali, soprattutto quelli che riguardano la carne, sia animale sia femminile. Beve come una spugna e quando gioca a mariglia bestemmia come un baroniese. Teme solo che i comunisti, non quelli di paese che sono brave persone e se no si provino che gli sparo nel culo col sale, ma quegli altri, quelli di Roma, gli portino via la vigna. Altrimenti, per carità, anche lui è un operaio, uno che il comunismo, però quello vero, ce l'ha nel sangue.

Ecco, laggiù si vedono le prime case, il palazzotto pretenzioso di Giovanna Sale, detta anche, sotterraneamente, "Villa Brumeri", dal nome dell'uomo la cui famiglia pagò al fu Giovanni Sale cinquanta milioni per il riscatto.

Pastore fino a quarant'anni, Sale era emigrato a Vigevano a lavorare in un calzaturificio di cui quel tale Brumeri era proprietario. A quarantacinque fu licenziato, da Brumeri in persona. Sale dovette ritornarsene, con un milione di liquidazione, in paese a morirsene di fame. Si comprò quaranta pecore, reddito nel 1971 di cinquantaseimila lire mensili.

Un giorno che era in transumanza a Padru, uno stazzo della Gallura, vide l'odiato Brumeri in Mercedes, dalle parti di San Teodoro. S'informò e seppe che l'uomo aveva una villa a Porto San Paolo. Con qualche paesano e un paio di altri pastori organizzò il sequestro. Brumeri lo presero nella sua villa mentre era a letto con la sua segretaria. I giornali scrissero che fu catturato mentre stava dettando alcune lettere d'affari alla donna. E Giovanni Sale, da uomo di mondo, non smentì mai la circostanza.

Sono arrivato alla radura prima del boschetto. Se mi aspettassero qui, sarei perduto. Cammino e passo svelto, ma senza correre. Se solo fossi sceso un po' più a sinistra. Avrei fatto tutta la strada in mezzo agli alberi. Ma poi, perché mai dovrebbero essere qui ad aspettarmi? Le cento presenze che fino ad ora ho sentito intorno mi avrebbero avvertito se ci fosse stata giustizia. Arrivo al bosco, neppure cinquecento metri e c'è la casa di Giovanni Sale, e comincia la sicurezza.

Gli amici di Giovanni Sale dicono che la moglie di Brumeri abbia pagato subito i cento milioni chiesti ("Che stupido, quello era un pezzo da mezzo miliardo" fu il commento) per evitare che l'ambiente bene di Vigevano sapesse della tresca tra il marito e la segretaria.

A Giovanni Sale, dissero gli informati, toccarono cinquanta milioni, gli altri furono divisi. Poi Giovanni Sale morì di cancro per tutto il benzolo che in cinque anni aveva dovuto respirare. Morì lo stesso giorno in cui la giustizia arrestò due orunesi per il sequestro Brumeri, due persone che non c'entravano per nulla e che, infatti, furono liberate dopo tre mesi. Poco prima di morire, Giovanni aveva detto alla moglie: "Fagli arrivare un milione alle mogli di quei due disgraziati. Tu lo sai come si soffre a cadere in mano alla giustizia".

E' bello il mio paese. E adesso capisco che cosa volesse dire quel tipo che aveva scritto: "E' un paese costruito con una grande intelligenza urbanistica". Intelligenza finalizzata, accidenti, quella dei nostri antichi.

Si può entrare in paese in una casa a nord e cortile-casa-cortile-casa ritrovarsi a sud senza mai esser visto dalla giustizia o da altri occhi malevoli. Io non ho di questi problemi. Per ora.

La casa di ziu Jubanne Cossu è là, a venti metri. Ci arrivo in un attimo e busso.

Zia Rimedia mi apre immediatamente, come se mi aspettasse. Probabilmente mi ha visto arrivare. "Entra. Jubanne è in cantina. Lo sai dov'è?"

"Si, zia Rime'. Grazie."

"Allora scendi da te."

Ziu Jubanne è solo. Sta facendo finta di controllare le due botti e chissà da quanto tempo si sta dando questo contegno, a beneficio di chi, entrando, si dovesse chiedere che cosa uno ci faccia in cantina a fine marzo. Si gira e mi sorride.

"Ziu Juba', babbo mi ha detto..."

"Lo so, Ma'. Benvenuto. Non ti devi preoccupare per noi. Vedi, questa cantina... ma siediti, sarai stanco... si, lì... dicevo che questa cantina comunica con quella di Larentu, mio fratello. Lui sa solo che c'è un giovane che sta per cadere innocente in mano alla giustizia e che bisogna aiutarlo. Lui ti lascerà aperta quella porta, dietro la botte grande. O qui o lì, sarai al sicuro..."

"Grazie, ziu Juba', ve ne sono davvero molto riconoscente."

"Non c'è niente da ringraziare. Io so tutto."

"Tutto?"

"Tutto. So che devo proteggere il segretario di quei compagni che stanno in Sardigna Ruja e io lo faccio. Lo faccio costi quel che costi."

"Ma, veramente, ziu Juba', io non..."

"Come? "

"No. Niente ziu Juba'. Invitatemi da bere."